Quando viene sera

Perché così tanta confusione? Un misto di stupore, rabbia e tenerezza sono quelle le emozioni che immediatamente mi hanno colpito alla vista di quella scena.

E' fine inverno in un piccolo paese di campagna, quando mi viene chiesto di intervenire nell'accompagnamento di un signore di mezz'età che sta morendo.
Arrivo in una piccola e graziosa villa; a pianterreno, mi si fa entrare dalla porta finestra del balcone. Mi trovo immediatamente in una stanza con davanti a me quest'uomo in fin di vita, sdraiato nel suo letto con attorno cinque persone, famigliari ed amici, che lo guardano sorridendo, mentre lui, con gli occhi socchiusi, emette gemiti.

Qualcuno lo accarezza, qualcuno altro gli fa dei buffetti, dicendomi con aria maliziosa che non gli piacevano affatto. E subito mi chiedo perché me ne parla al passato, mi chiedo... e perché glieli fa?

Poi, a pochi metri, dopo un breve corridoio ecco la cucina. Vengo invitato con molta gentilezza a prendere un tè. Un'amica di famiglia parla della morte di un suo amico: “Non è stato facile, i figli erano in difficoltà, ha sofferto molto, ora dov'è sta sicuramente meglio” ...mah ...chissà? Mi viene da pensare.

Poi la moglie parla di come intende vestirlo, ma le figlie non sono d'accordo. Vestirlo? Quando? Per il funerale? Ma non è ancora morto! Ora sta vivendo la fine della sua vita, sì la fine della sua vita, ma la sta vivendo! Morirà, certo. Tutti noi prima o poi moriremo, la sua di morte è vicina, certo, vicina vicina. Ma è ancora vivo, e tutti qui a fare così tanto rumore, pensando a chi? A lui? Solo a lui?

Qualcuno dopo un po' mi dice: “Sta soffrendo credo, il medico ha detto che nel caso gli darà qualche cosa per non provare dolore”. E “lui” continua ad emettere questi gemiti.

La sera poi mi chiama suo figlio e mi dice: “Papà sta male, è passato il medico, gli ha dato dei sedativi, ma lui continua a lamentarsi, più forte del solito, e non capiamo cosa vuole dirci. Cosa possiamo fare?”

Allora chiedo chi c'è in quel momento in casa e mi sento rispondere che hanno organizzato una cena per non lasciarlo da solo (è sempre nel suo letto dal quale non si alzerà, nella sua stanzetta con il balcone) e che sono in dodici... Può far un salto per favore? Certo, rispondo.

Prendo la macchina e dopo un po' sono lì anch'io. “Lui” è sempre lì e continua a gemere piuttosto forte, come a coprire i rumori delle dodici persone a tavola. Il figlio mi chiede: “Cosa possiamo fare?” Propongo di provare con l'iniziare a parlare un po' più piano, far un po' meno rumore, insomma “fare” semplicemente un po' meno.

Improvvisamente mi sento un marziano che ha appena fatto un suono bizzarro. Comprendo lo stupore e spero, tra me e me, di non essere stato troppo brusco nel comunicare quello che mi sembra ovvio, ma che ovvio non sembrava essere per loro. Allora mi sento di dover dare qualche spiegazione e, come spesso accade in questi casi, mi viene da farlo con un'analogia.

Provate a pensare, dico, che è sera e che avete lavorato da alcuni mesi molto intensamente, in particolar modo negli ultimi giorni. Oggi è il vostro ultimo giorno di lavoro. Domani partirete per un lungo viaggio che durerà alcuni giorni e del quale sapete ben poco, tranne che ora siete particolarmente stanchi e che quello che desiderate è semplicemente riposare. É sera, siete stanchi e volete riposare. Avete deciso di dormire, ma qualcuno ha deciso di fare una cena prima della vostra partenza. Ma voi siete veramente troppo stanchi per parteciparvi, e preferite andare a riposare. Ma di là i vostri amici fanno veramente molto chiasso; loro domani non dovranno partire per un lungo viaggio. Voi sì, ma loro no. Non riuscite a prendere sonno, ci provate, ma appena vi sembra di riuscirci, una risata, un semplice rumore di posata o di una sedia che striscia sul pavimento vi sveglia. E non riuscite ad addormentarvi.

Proviamo ora insieme a pensare che oggi “lui” è giunto alla sera della sua vita. Ha lavorato molto, è molto stanco e qualcosa di nuovo, che non ha ancora vissuto fino ad oggi, sta per accadergli: sta morendo. Come molti esseri prima di lui e come succederà ad ognuno di noi dopo di lui. Allora, proviamo a vivere con lui. Non con noi, con i nostri ritmi, ma con lui, con i suoi ritmi, rallentati, diversi, unici, serali. Proviamo a comportarci come se fosse sempre sera. A qualunque ora del giorno o della notte, che per “lui” non esistono più: è sera, facciamo poco rumore. Se veramente vogliamo stargli vicino, accompagnarlo, allora rallentiamo anche noi il nostro ritmo e lasciamolo riposare.

Dopo poco più di venti minuti “lui” si era addormentato.

Morirà di notte, un paio di giorni dopo. Con calma.

Un po' più tardi, suo figlio mi dirà: “Sa, quando il medico mi ha detto che non c'era più nulla da fare, qualche settimana fa, ho comprato un libro sulla reincarnazione!”. “Ah sai”, dice un’amica ”…anch’io ho trovato un libro sulla vita dopo la morte”. Ed il discorso s'intavola sulla vita dopo la morte.

E ancora una volta mi chiedo: perché? Perché a nessuno è venuto in mente di comprare un libro sulla vita prima della morte, sull'accompagnamento delle persone in fin di vita magari. Perché?


Ange Fey

 

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